La forza di partire
Ciao, sono Maurizio, e oggi voglio raccontarti qualcosa che va oltre i numeri e le statistiche sull’emigrazione italiana in Germania. Voglio condividere con te un progetto che mi ha profondamente toccato e che sono orgoglioso di aver realizzato insieme a persone straordinarie.
In occasione del 70° anniversario degli accordi bilaterali tra Italia e Germania, abbiamo dato vita a “La Forza di Partire“, un documentario che raccoglie le testimonianze di 12 persone ultra ottantenni che hanno vissuto sulla propria pelle l’esperienza dell’emigrazione negli anni ’50 e ’60.
Non posso nasconderti la soddisfazione immensa che provo nel vedere questo progetto prendere vita. Quando abbiamo iniziato, non immaginavo quanto le loro storie mi avrebbero cambiato. Oggi, con oltre 65.000 visualizzazioni su YouTube (agg.25.01.26), so che queste voci stanno raggiungendo il cuore di tante persone come te.
Valigie di cartone e sogni di dignità: com‘è nata l’emigrazione italiana in Germania
C’erano una volta valigie di cartone legate con lo spago. Dentro, due paia di pantaloni, una camicia buona e una sciarpa di lana. “Mettila in Germania, lì fa freddo”, dicevano le madri.
Questa è l’immagine con cui inizia ogni storia che abbiamo raccolto. Non c’erano smartphone, non c’era internet, non c’erano voli low-cost. C’era solo un biglietto del treno, una valigia leggera e un cuore pesante come un macigno.
L’Italia della fine degli anni ’50 lasciava andare i suoi figli. Partivano da piccoli paesi tra i campi, i boschi e le colline, dove il lavoro era poco e la speranza ancora meno. Si partiva di notte, con il sogno di tornare presto. Quasi nessuno immaginava che quel “presto” sarebbe durato tutta una vita.
La Germania si rialzava dalle macerie della guerra, l’Italia cercava un futuro oltre le sue montagne. Due popoli che si erano combattuti ora si guardavano con diffidenza, ma anche con bisogno reciproco. I tedeschi avevano bisogno di braccia per ricostruire, gli italiani avevano bisogno di dignità per le loro famiglie.
Il viaggio: dalla prefettura di Bari ai 15 gradi sotto zero
Nelle interviste che abbiamo raccolto con Valentina Linzalata, ogni dettaglio del viaggio è rimasto impresso nella memoria come se fosse ieri. Ti racconto quello che mi ha colpito di più.
“Sono partito il venerdì dal mio paese e sono andato a Bari”, racconta uno dei nostri protagonisti. “Prima piccola visita medica e poi a Bari siamo dovuti andare perché c’era la prefettura e dovevano preparare i passaporti.”
Da Bari a Verona in treno. All’ufficio emigrazione c’erano tutti medici tedeschi. Una visita accurata decideva il destino: chi era idoneo riceveva il passaporto e la “credenziale” – un biglietto grande che valeva oro, perché permetteva di andare in Germania gratis e di tornare a casa alla fine della stagione, sempre gratis.
Chi non era idoneo riceveva solo un biglietto per tornare a casa. Fine dei sogni, fine delle speranze.
Il viaggio proseguiva verso Monaco, dove alla stazione una missione cattolica dava un po’ di latte e un cestino. Poi lo smistamento: chi a Osnabrück, chi a Friedrichshafen, chi ad Amburgo. Arrivi la domenica sera alle 10 e mezza. Nel buio. Nel freddo. Nell’ignoto.
“Quello che mi ha fatto più male è stato l’inverno del ’61, 15 gradi sotto zero”, mi ha detto uno dei testimoni. “Io non l’avevo mai visto. La prima neve l’ho vista qui, non si vedeva un po’ giù, solo sul Vesuvio. L’ho toccata con le mani veramente, la prima neve.”
Se pensi che vivere in Germania oggi sia una sfida, prova a immaginare come fosse negli anni ’60. Non baracche di lusso, ma baracche di legno. Strutture provvisorie dove ammassare la forza lavoro straniera.
“Per me è stata la fine del mondo”, confessa una delle nostre testimoni. “Io e la mia famiglia non eravamo tanti lì, però stavamo meglio delle baracche di lì. Dopo poco tempo volevo tornare di nuovo in Italia perché a me quella vita non andava assolutamente.”
Ma la lingua era forse l’ostacolo più grande. Molto difficile, molto difficile la lingua tedesca. Nessun corso, nessuna app, nessun traduttore automatico. Si imparava guardando la televisione o ascoltando i colleghi, un po’ alla volta, con umiltà e testardaggine.
E poi c’erano i pregiudizi. Una testimonianza mi ha particolarmente colpito: “Già che siamo stati in quella casa più grande, là vicino a me ci stavano altre amiche tedesche, che appena siamo entrati in quella casa lei è andata a dire alla mamma che erano entrati dei neri. E io ho detto: ma io non sono nera. Però poi ci siamo fatti amicizia.”
Quella famiglia tedesca ha mangiato la prima pizza della loro vita proprio a casa di quella donna italiana. Piccoli gesti che hanno costruito ponti più solidi di qualsiasi trattato diplomatico.
Come integrarsi in Germania: lezioni da chi ce l’ha fatta 60 anni fa
Mentre realizzavo questo documentario, una domanda mi girava in testa: cosa possiamo imparare da queste persone? Tu che stai pensando di trasferirti in Germania o che già ci vivi, cosa ti possono insegnare?
Ho posto questa domanda direttamente a loro: se doveste dare un messaggio a un giovane che oggi viene a vivere in Germania, cosa gli direste?
La risposta è stata unanime e cristallina:
“La lingua è la prima cosa che bisogna imparare, quello è necessario, la lingua. Voler far bene, non aver paura di niente e non mollare. Pure che una volta si sbaglia, l’altra volta è meglio e andare sempre avanti, non mollare mai.”
Semplice? Sì. Facile? No. Ma efficace? Assolutamente.
Un altro consiglio prezioso che è emerso: evita di stare solo con italiani. “Allora dopo che abitavano per me alla stazione di Ulm e gli italiani si riunivano tutti là, è finita perché abitavo sempre con i tedeschi, insomma facevo più amicizia e poi, siccome io mi piaceva il calcio, ho detto: io dove posso integrarmi qui a Ulm? E lì sono rimasto fino a oggi.”
L’integrazione vera passa attraverso lo sport, gli hobby, le passioni condivise. Non chiudersi nella propria comunità, ma aprirsi al nuovo senza perdere le proprie radici.
Lavorare in Germania negli anni ’60: 12 ore al giorno e la promessa dei soldi “Per terra”
Le condizioni di lavoro erano durissime. Non 8 ore, ma 12, 14 ore al giorno. Molti facevano doppi lavori: operai di giorno, piastrellisti di sera e weekend. Alcuni hanno persino lavorato come traduttori per la polizia tedesca, aggiungendo altre 4 ore alla loro già lunghissima giornata.
“Mi ha detto il capo quello che era sul cantiere: in Germania i soldi sono per terra, ti devi appoggiare, ti devi sgobare e i soldi dal cemento ti devi raccoglierli. E così è stato, ci ha avuto ragione.”
Ma c’era anche rispetto. “Tutto rispettato perché le persone, allora diciamo i tedeschi di allora erano più familiari. Quelli che non erano familiari eravamo noi perché noi con la nostra mentalità eravamo diverse da loro, però loro si preoccupavano di qualunque emigrante.”
Le ore di lavoro erano lunghe, le macchine pesanti, ma c’era dignità nel lavoro. C’era la possibilità di costruirsi un futuro, mattone dopo mattone, stipendio dopo stipendio.
Una delle domande più toccanti che ho posto durante le interviste riguardava i figli: come hanno vissuto la loro identità? Si sentono italiani o tedeschi?
Le risposte sono state complesse e sfumate, proprio come l’identità di chi nasce o cresce tra due culture.
“I miei figli mi fanno la domanda: dove vogliono restare a casa? Tutti e quattro dicono che se ne vogliono andare in Italia, invece non è vero. Lo dicono così ma non è vero. Si è presa la nazionalità tedesca. Due, adesso non penso che vogliono andare. Lo dicono però…”
È il classico paradosso dell’emigrazione: si sogna sempre il paese d’origine, ma poi la vita vera è altrove. I figli crescono tedeschi pur mangiando italiano, parlano perfettamente il tedesco ma si emozionano quando visitano il paese dei nonni.
Un dettaglio emblematico: “Il divorzio qua era due anni, in Italia ancora era sposata.” Questo dice tutto sulla differenza tra i due paesi, anche negli aspetti burocratici della vita quotidiana.
Eppure, nonostante tutto, il legame con l’Italia rimane fortissimo: “Io ho avuto delle offerte qui in Germania di farmi la nazionale tedesca. Ho detto: io sono italiano, sono di San Quirino, e se è possibile vorrei tornare a morire a San Quirino.”
Le abitudini tedesche che restano (e quelle che non attecchiscono mai)
Una domanda che mi sono sempre fatto: dopo 60 anni in Germania, quanto si diventa tedeschi?
“Le abitudini tedesche? Ho preso solo la puntualità. La puntualità. Il resto è rimasto tutto italiano. Io mangio italiano, non cucino tedesco. Io la schnitzel me la mangio, ma tutte le altre cose no.”
Eccola, la sintesi perfetta di 60 anni di emigrazione: prendi il meglio della Germania (l’efficienza, la puntualità, il rispetto delle regole), ma mantieni l’anima italiana (il cibo, la famiglia, il calore umano).
“Per prima cosa mi piace la polizia sulle strade. Che da noi queste polizie sulle strade così, almeno io al mio paese, non le ho viste. E poi si faceva amicizia con tutti, tutto il mondo, ci si aiutava l’uno con l’altro quando c’era bisogno e così si parlava, si litigava anche ogni tanto.”
Il primo ricordo: paura, zaini tirolesi e l’ombra della guerra
Ho chiesto a uno dei testimoni: se chiudi gli occhi e pensi al primo momento in cui sei entrato in Germania, cosa ti viene in mente? Un odore, un suono, un’immagine?
“La cosa principale che mi è venuto in mente, caso strano, è un po’ la paura che mi portavo addosso. Appena varcato la frontiera del Brennero, lo abbiamo fatto verso la mezzanotte. Piano piano il territorio austriaco, poi siamo in Baviera, a Monaco di Baviera si doveva cambiare il treno.”
“Vedo molti tedeschi ma anche in Austria… soltanto che le fermate in Austria mi sembra che non c’erano questi rucksack che portavano, pantaloni in pelle così, pantaloni corti perché erano in estate, cappelli tirolesi o quelli bavaresi. E mi viene questa questione di dire: ma sono militari così?”
Per un ragazzo di 17 anni che aveva visto solo film sulla guerra e sui campi di concentramento, la Germania era ancora il nemico. Il paese che aveva invaso l’Italia. Il paese che parlava quella lingua dura, gutturale, che sembrava un ordine militare.
“Tutto era un po’ così militare, almeno per me. Molta incertezza, molta paura. Camminavano tutti così, chiari, andavano sui tre per prendere il treno. Però naturalmente per un ragazzo di appena 17 anni era un po’ tutto legato a quello che avevo visto, il racconto della Germania e campi di concentramento, un film così. Diversamente io la Germania non l’avevo visto, cioè la società civile tedesca non la conoscevo.”
Questo progetto non sarebbe mai nato senza il COMITES di Stoccarda, che ha creduto nell’importanza di raccogliere queste testimonianze prima che fosse troppo tardi. Non sono storie da libro di storia, sono vite vissute, rughe profonde, mani callose, occhi che brillano quando parlano del loro paese.
Valentina Linzalata ha condotto le interviste con una sensibilità rara, riuscendo a far aprire persone che per decenni hanno tenuto dentro queste emozioni. Io ho avuto l’onore di curare la regia, di dare forma cinematografica a queste voci.
Il progetto ha ricevuto il contributo del Ministero degli Esteri e della Cooperazione Internazionale e del Consolato Generale Italiano a Stoccarda. Ma la vera forza di questo documentario non viene dalle istituzioni, viene da quelle 12 persone che hanno avuto il coraggio di mettersi davanti a una telecamera e raccontare la loro storia.
Abbiamo raccolto ore e ore di materiale. Ogni intervista è un tesoro. Ogni pausa, ogni sguardo nel vuoto, ogni sorriso amaro racconta più di mille parole. E devo dirti che non è stato semplice montare tutto: quando hai davanti storie così potenti, ogni taglio sembra un tradimento.
Ma sono profondamente soddisfatto del risultato. Vedere che il video ha già superato le 65.000 visualizzazioni mi riempie di gioia, ma soprattutto mi dice che queste storie toccano le persone. Che non sono solo nostalgia per i vecchi emigranti, ma lezioni di vita per chiunque stia pensando di emigrare oggi.
Perché dovresti guardare “La Forza di Partire” se vuoi vivere in Germania
Se stai leggendo questo articolo su Vivigermania, probabilmente stai già vivendo in Germania o stai pensando di trasferirti. Forse ti stai chiedendo: perché dovrei guardare un documentario su persone che sono arrivate qui 60 anni fa? Cosa c’entra con me?
Te lo spiego subito.
Primo: queste persone hanno affrontato ostacoli che tu oggi nemmeno immagini. Non avevano Google Translate, non avevano Facebook per trovare gruppi di italiani, non avevano Skype per chiamare casa. Se loro ce l’hanno fatta in quelle condizioni, tu ce la puoi fare sicuramente.
Secondo: i consigli che danno sono universali e senza tempo. Imparare la lingua, non aver paura di sbagliare, non mollare mai, integrarsi davvero senza perdere le proprie radici. Questi principi valgono oggi come valevano nel 1960.
Terzo: ti aiuta a capire perché in Germania esistono ancora certi pregiudizi verso gli stranieri, ma anche perché molti tedeschi rispettano profondamente chi lavora duro e si integra. La storia dell’emigrazione italiana in Germania ha costruito ponti che ancora oggi ci facilitano la vita.
Quarto: è un promemoria di umiltà. Quando ti lamenti perché la burocrazia tedesca è complicata o perché fa freddo, pensa a chi dormiva nelle baracche di legno con 15 gradi sotto zero e lavorava 12 ore al giorno senza sapere una parola di tedesco.
Un grazie che viene dal cuore
Da soli non si va da nessuna parte. Questo progetto me lo ha ricordato ogni singolo giorno.
Voglio ringraziare il COMITES Stoccarda ed in particolare il Presidente Gino Bucci per aver creduto in questa idea, il Ministero degli Esteri e il Consolato Generale Italiano a Stoccarda per il supporto istituzionale. Ma soprattutto voglio ringraziare Valentina Linzalata, che con le sue interviste ha saputo tirare fuori l’anima di queste persone.
E ovviamente, il grazie più grande va alle 12 persone che si sono messe a nudo davanti alla telecamera. Che hanno riaperto cassetti polverosi della memoria. Che hanno pianto, riso, si sono emozionati raccontando vite straordinarie che loro considerano normali.
Questo documentario è per loro, ma anche per te. Per chi parte oggi con una valigia (non più di cartone, per fortuna) e un sogno nel cuore. Per chi è già qui e ogni tanto ha bisogno di ricordarsi perché ha fatto questa scelta.
“La Forza di Partire” non è solo un documentario sull’emigrazione italiana in Germania. È un manifesto di resilienza, coraggio e speranza. È la prova che si può costruire una vita nuova in un paese straniero senza perdere se stessi.
Ti invito a guardarlo. È disponibile su YouTube e presto pubblicheremo anche le interviste singole, una ogni due settimane, per approfondire ancora di più ogni storia.
Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo con i tuoi amici che potrebbero trovarlo utile e interessante. Magari proprio con quel tuo amico che sta pensando di mollare tutto e tornare in Italia. Forse, dopo aver visto questo documentario, ci ripenserà.
Alla prossima storia,
Maurizio
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Maurizio Palese
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