Emilio Tancredi


La storia di Emilio Tancredi: da muratore a Castelcivita a 40 Anni in fabbrica in Germania

Ciao! Sono Maurizio, e oggi voglio raccontarti una storia che mi ha profondamente toccato. È la storia di Emilio Tancredi, uno dei protagonisti del documentario “La forza di Partire”, un progetto che ho realizzato per il COMITES Stoccarda in occasione del 70° anniversario degli accordi Italia-Germania.

Insieme a Valentina Linzalata, che ha condotto le interviste, abbiamo raccolto le testimonianze di 12 persone ultra ottantenni che hanno vissuto l’esperienza dell’emigrazione italiana in Germania. Il risultato è un viaggio emozionante attraverso 70 anni di storia condivisa tra i nostri due Paesi, reso possibile grazie al contributo del Ministero degli Esteri e della Cooperazione Internazionale e del Consolato Generale Italiano a Stoccarda.

Il progetto La Forza di Partire: 70 anni di mmigrazione italiana in Germania

Prima di entrare nel cuore della storia di Emilio, lascia che ti parli del progetto che ha dato vita a questo articolo. “La forza di Partire” è un documentario che celebra sette decenni di legami tra Italia e Germania, raccontati attraverso le voci di chi ha vissuto quell’esperienza pionieristica in prima persona.

Quando abbiamo iniziato questo progetto, sapevamo di dover correre contro il tempo. Volevamo preservare la memoria di una generazione che ha costruito ponti tra due nazioni, spesso affrontando sacrifici enormi. Le 12 interviste che abbiamo realizzato sono un patrimonio inestimabile per chiunque voglia capire cosa significhi davvero vivere in Germania da italiano.

Ti consiglio caldamente di guardare il documentario completo “La forza di partire – 70 anni di storia tra Italia e Germania“. Troverai storie come quella di Emilio che ti faranno riflettere su quanto coraggio serva per lasciare tutto e ricominciare da zero.

Partire da Castelcivita: le radici di un’emigrazione

Emilio è nato a Castelcivita, un piccolo paese in provincia di Salerno che all’epoca contava 3-4 mila abitanti. Oggi, mi ha raccontato, ne sono rimasti appena un migliaio. La sua era una famiglia numerosa: 6 figli e 2 genitori, otto persone in tutto che vivevano di agricoltura.

Come tanti giovani del Sud Italia negli anni ’60, Emilio aveva imparato il mestiere di muratore e lavorava nel suo paese. Ma le opportunità erano scarse. Quando si aprì la possibilità di andare in Germania, non esitò. Il motivo? Semplicissimo: il lavoro.

“Il paese era un paese agricolo, non c’era possibilità di lavoro”, mi ha spiegato con quella franchezza tipica di chi ha dovuto fare scelte difficili senza troppi giri di parole.


Il primo impatto con la Germania: uno shock culturale

Se stai pensando di trasferirti in Germania, la storia del primo arrivo di Emilio ti darà un’idea delle sfide che potresti affrontare – anche se oggi, fortunatamente, le condizioni sono molto diverse.

Quando Emilio arrivò a Ulm, si sentì catapultato in un altro mondo. La stazione ferroviaria lo impressionò subito: era completamente diversa da quella di Salerno o Battipaglia. Ma lo shock più grande fu la lingua tedesca, totalmente differente dall’italiano.

E poi c’erano le baracche di legno. Sì, hai capito bene: i lavoratori italiani all’epoca non vivevano in appartamenti, ma in strutture temporanee in legno. “Per me è stata la fine del mondo”, mi ha confessato Emilio. “La mia famiglia non era tanto ricca, però stavamo meglio che nelle baracche di legno.”

Il disagio fu tale che dopo poco tempo voleva tornare in Italia. Solo gli amici italiani lo convinsero a restare almeno un anno. E quell’anno cambiò tutto.

Come integrarsi in Germania: la svolta abitativa e lavorativa

Qui arriva una delle parti più interessanti della storia di Emilio, quella che può insegnarti molto sull’integrazione quando si decide di vivere in Germania.

Dopo il primo difficile anno, Emilio tornò brevemente in Italia, ma poi decise di ripartire. Questa volta però con una strategia diversa. Conosceva una famiglia tedesca a Söflingen (una frazione di Ulm) e andò a trovarli. La signora gli disse che poteva ospitarlo solo 3-4 giorni, ma conosceva una coppia tedesca senza figli che aveva una stanza libera.

Il dettaglio che mi ha colpito? Emilio dovette pagare sei mesi di affitto anticipato perché gli italiani all’epoca avevano la reputazione di non pagare e poi sparire. Un pregiudizio duro da affrontare, ma Emilio non si arrese.

E questa fu la svolta: vivendo con una famiglia tedesca, Emilio cominciò a staccarsi dalla comunità italiana e a integrarsi davvero. “Per me la stazione dei pullman, dove gli italiani si riunivano tutti, è finita”, mi ha raccontato. “Abitavo sempre con i tedeschi e facevo più amicizie.”

Dal cantiere alla fabbrica: 40 anni di lavoro in Germania

Se pensi che trovare lavoro in Germania da straniero sia difficile oggi, ascolta cosa passò Emilio. Il primo giorno come muratore fu un disastro. La temperatura rigida della primavera tedesca, la lingua, i metodi di lavoro diversi: tutto era una sfida.

L’ingegnere del cantiere disse apertamente: “Ma questo non è un muratore!” Un momento umiliante che però si trasformò in opportunità grazie a un carpentiere italiano di Torino che gli disse: “Emilio, non ti preoccupare. Vieni a lavorare insieme a me.”

Per settimane, Emilio imparò il mestiere alla tedesca. Poi arrivò il test finale: doveva costruire un muro da solo mentre l’ingegnere lo osservava. Superò la prova, ottenne la paga da muratore qualificato e il rispetto dei colleghi.

Ma Emilio lavorò come muratore solo un anno. Poi si diede alla fabbrica, dove rimase per 40 anni, producendo pullman. Quarant’anni! Una vita intera dedicata allo stesso lavoro, alla stessa azienda, in un paese che non era il suo.

Vivere in Germania da italiano: sport, integrazione e pregiudizi

Una delle cose che mi ha colpito di più nella storia di Emilio è come ha scelto di integrarsi: attraverso lo sport. Il calcio era la sua passione, e invece di giocare solo con gli italiani, si iscrisse a una squadra tedesca.

“Io sempre, a me piaceva più stare con i tedeschi che non con gli italiani”, mi ha detto con sincerità. E non solo calcio: Emilio frequentava partite di pallavolo della Bundesliga e di basket. C’era addirittura una squadra di pallavolo che giocava in Champions League!

Questo approccio gli permise di imparare la lingua e creare una rete sociale tedesca, fondamentale per sentirsi a casa.

Ma non tutto era facile. Quando tornava in Italia, la famiglia e i vicini lo bombardavano di domande: “Come sono i tedeschi? Ti trattano bene?” C’era ancora il ricordo della guerra, un pregiudizio verso i tedeschi che per molti italiani era difficile da superare.

La mamma di Emilio, in particolare, era contraria. Aveva perso un fratello durante la Prima Guerra Mondiale, fatto prigioniero in Germania e morto per una malattia. “Ho perso un figlio, adesso ne perdo un altro”, diceva. Ma quando vide che il figlio stava bene, si tranquillizzò.

Famiglia e radici: sposarsi e crescere figli in Germania

Dopo quattro anni in Germania, Emilio tornò in Italia e conobbe la donna che sarebbe diventata sua moglie. Iniziarono a scriversi, e dopo quattro anni di relazione a distanza si sposarono. Lei lo raggiunse in Germania.

Oggi sono sposati da 58 anni. Con la stessa donna. “E siamo contenti così. Speriamo di fare magari 60 anni”, mi ha detto con un sorriso.

Ma la parte più toccante riguarda i figli. Emilio prese una decisione radicale che molti italiani dell’epoca non presero: la famiglia doveva stare insieme. Mentre molti connazionali mandavano i figli in Italia dai nonni, Emilio tenne la figlia con sé.

A quattro settimane la portavano all’asilo nido. Quattro settimane! Puoi immaginare quanto fosse difficile per dei genitori, ma Emilio aveva le idee chiare: “Mia figlia non deve essere come alcuni italiani che alla fine non si trovano né con la lingua italiana né con la tedesca. Mia figlia deve essere uguale come i tedeschi.”

Il risultato? Sua figlia oggi insegna tedesco ai tedeschi. È laureata in lingua tedesca. Il figlio di un immigrato italiano che non conosce perfettamente la grammatica tedesca ha cresciuto una figlia che la insegna. Una storia di riscatto sociale incredibile.

Identità e appartenenza: mi sento più tedesco che italiano

Verso la fine dell’intervista, ho fatto a Emilio la domanda che ti starai facendo anche tu: “Cosa significa per lei il senso di appartenenza oggi?”

La sua risposta è stata netta: “Mi sento più tedesco che italiano.”

Le ragioni sono chiare. In Italia non ha più nessuno, tranne un nipote a Torino e un cognato a Roma. La sua famiglia è tutta in Germania. I suoi vicini di casa sono tedeschi e sono diventati amici. Se ha bisogno di qualcosa, è in Germania che trova supporto.

“Se vado al paese, prima di tutto non c’è più nessuno. Io ho la casa mia qui, la famiglia mia qui”, mi ha spiegato.

Non vota nemmeno più in Italia. Il rapporto con il paese d’origine è ridotto al minimo. “Il sangue è italiano, mi piacerebbe sempre anche se la squadra italiana vince. Mi piacerebbe che vincesse qualche volta, ma non è possibile. Però per me la Germania è al primo posto.”

Consigli ai giovani: prima il futuro, poi il pallone

Emilio oggi passa molto tempo con i giovani che giocano a calcio. E ha un messaggio chiaro per loro, che vale anche per te se stai pensando di trasferirti in Germania: prima l’avvenire, prima la professione, poi il resto.

“I giovani di oggi vedono solo la possibilità di soldi ma non pensano tanto per l’avvenire”, mi ha detto con un po’ di rammarico. “Oggi puoi guadagnare tanti soldi, però se succede qualcosa, ti fai male a un piede o qualcosa del genere e non hai imparato niente, dopo non sei buono.”

È un consiglio che viene da chi ha costruito la sua vita mattone dopo mattone, letteralmente. Da chi ha affrontato le baracche di legno, il freddo, la lingua incomprensibile, i pregiudizi, e ne è uscito vincitore.

La storia di Emilio mi ha insegnato che l’emigrazione italiana in Germania non è stata solo una questione economica. È stata una scelta di vita, spesso sofferta, ma che ha dato frutti straordinari.

Quando penso a cosa significhi davvero vivere in Germania, penso a storie come questa: persone che hanno avuto il coraggio di partire, la resilienza di restare, e la saggezza di costruire qualcosa di nuovo senza dimenticare da dove venivano.

Ti consiglio davvero di guardare il documentario completo La forza di partire – 70 anni di storia tra Italia e Germania. Troverai altre 11 storie altrettanto toccanti che ti daranno una prospettiva unica su cosa significhi essere italiano in Germania.

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Appuntamento tra 2 settimane per il prossimo video dedicato a un altro protagonista straordinario dell’emigrazione italiana!

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Dicono di Vivistoccarda

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    positive review  viviStoccarda......se non ci fosse bisognerebbe inventarla.pagina molto utile dove puoi trovare molte risposte alle tue domande.

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