Giovanni 80 anni e una valigia
Chi erano davvero gli italiani che emigrarono in Germania negli anni ’60?
Se stai pensando di trasferirti in Germania, o se ci vivi già da un po’, probabilmente hai sentito parlare dei grandi flussi migratori italiani del dopoguerra. Ma tra statistiche e anniversari istituzionali, è facile dimenticare che dietro ogni numero c’è una persona. Una storia. Una valigia.
Oggi voglio raccontarti una di queste storie. Una storia vera, vissuta, commovente. Quella di Giovanni, partito dal Friuli nel 1960 con una valigia di cartone, una sciarpa regalata dalla zia e tanta voglia di costruirsi una vita.
Questa intervista fa parte di un progetto speciale a cui tengo molto: “La forza di partire”, un documentario video nato per celebrare il 70° anniversario degli accordi Italia-Germania sull’emigrazione. Un progetto del COMITES Stuttgart, con le interviste realizzate da Valentina Linzalata e la regia mia, di Maurizio Palese. Il progetto è stato realizzato con il contributo del Ministero degli Esteri e della Cooperazione Internazionale e del Consolato Generale Italiano a Stoccarda, e ha già raccolto quasi un milione di visualizzazioni su YouTube.
Se non l’hai ancora visto, ti consiglio di guardarlo: 📽️ La forza di partire – 70 anni di storia tra Italia e Germania
Emigrazione italiana in Germania: una valigia, una sciarpa e tanta determinazione
Giovanni è originario di San Quirino, un piccolo paese del Friuli a una decina di chilometri da Pordenone. Quando nel 1960 ha messo in mano una valigia di cartone e ha preso il treno verso Friedrichshafen, aveva appena 14 anni alle spalle di scuola e qualche anno di apprendistato come muratore e marmista.
Quella valigia esiste ancora. Giovanni ce l’ha mostrata durante l’intervista, aprendola davanti alla telecamera con la cura di chi custodisce un tesoro. Dentro: pochi indumenti, un paio di fotografie della classe delle elementari, un libretto sul suo paese natale. E una sciarpa — quella che gli aveva messo in mano la zia prima della partenza, perché “in Germania fa freddo”.
Oggetti semplici. Ma carichi di un peso emotivo che va ben oltre il loro valore materiale. Guardarlo aprire quella valigia è uno di quei momenti che ti fanno venire i brividi.
Lavorare in Germania negli anni ’60: cosa significava davvero
Giovanni arriva a Friedrichshafen assunto come muratore, in una grande impresa edile. Il primo giorno di lavoro, un lunedì di marzo, lo caricano su un furgone e lo portano a costruire una fabbrica di case prefabbricate. Fa freddo. Indossa la sciarpa della zia.
Ma Giovanni non è solo un lavoratore: è qualcuno che sa fare il proprio mestiere, e che lo dimostra con i fatti. Dopo appena sei mesi, il capocantiere lo chiama in ufficio. Giovanni teme di aver combinato qualcosa di sbagliato. Invece no: gli viene offerta la responsabilità di coordinare otto operai per la realizzazione delle pareti interne di un palazzo da dodici piani. Può scegliere lui stesso la squadra, tra i trenta italiani presenti in cantiere.
È questo il momento in cui capisci che tipo di persona è Giovanni. Non parla quasi tedesco, ma ha la fiducia del capo. Perché chi sa fare il proprio mestiere, in Germania, viene riconosciuto e rispettato. Questo vale ancora oggi, e vale per chiunque voglia vivere e lavorare in Germania.
Imparare il tedesco: la vera chiave per integrarsi in Germania
La lingua è stato uno degli ostacoli più grandi. Giovanni me lo racconta con sincerità disarmante: le prime parole imparate erano “acqua”, “birra”, “pane” e l’indirizzo del dormitorio. Punto.
Ma era “costretto” a imparare, come dice lui. Gli italiani erano pochi, il lavoro si faceva in tedesco, i tedeschi erano ovunque. E così, giorno dopo giorno, cantiere dopo cantiere, la lingua è arrivata. Non da un corso serale, non da un’app sul telefono — ma dalla vita vissuta, dalla necessità, dalla volontà di farsi capire e di capire gli altri.
Con il tempo, il tedesco di Giovanni è diventato talmente buono da essere cercato come interprete dalla polizia tedesca — sia dalla stradale che dalla criminale. Una doppia vita, tra cantieri e commissariati, per 25-28 anni. Un equilibrio difficile, con giornate da 12 ore e una famiglia che cresceva quasi senza di lui.
Se stai pensando di trasferirti in Germania, tieni a mente questo: la lingua non è un optional. È la prima porta che devi aprire. E Giovanni, partito senza sapere una parola di tedesco, ne è la prova vivente.
Italiani in Germania: restare o tornare? La scelta più difficile
Come molti emigranti della sua generazione, Giovanni ha affrontato la domanda che prima o poi tocca a tutti: tornare in Italia o restare?
Gli amici di San Quirino lo chiamavano, gli dicevano che c’era lavoro, che tornasse. Ma Giovanni aveva ormai costruito qualcosa in Germania: una famiglia (si era sposato con una donna tedesca conosciuta sul cantiere, lei che guardava dalla finestra del primo piano, lui che guardava da fuori), dei figli, una rete di relazioni, una reputazione professionale.
Ha scelto di restare. Non perché avesse smesso di sentirsi italiano — anzi, su questo è categorico: “Fino a che respiro, sono italiano. Anche se mi mettono al cimitero qui, qui dentro rimango solo italiano.” Ma perché tornare avrebbe significato sradicare anche la sua famiglia, e questo non se la sentiva di farlo.
I figli? Si sentono per il 60% tedeschi e per il 40% italiani, stima Giovanni. Una seconda generazione che porta in sé entrambi i mondi — come tanti figli di italiani cresciuti in Germania.
Il consiglio di Giovanni a chi vuole emigrare in Germania oggi
Alla fine dell’intervista, gli ho chiesto cosa direbbe a un giovane italiano che oggi vuole trasferirsi in Germania. La sua risposta è stata immediata, senza esitazioni:
“Rispetto. Non sei a casa tua. Sei in una casa che per te è estranea. Devi rispettare la gente, come tu rispetti, ricevi rispetto dagli altri.”
E poi ha aggiunto qualcosa di molto pratico, che risuona con quello che sento raccontare ancora oggi: in Germania, se ti dicono sì, è sì. Se ti dicono no, è no. Non esistono i “vedremo”, i “forse”, i “speriamo”. Le regole sono regole. Rispettarle non è una debolezza — è la base per costruire qualcosa di solido.
Giovanni, in 60 anni di vita in Germania, non ha mai avuto problemi seri. Mai. E lo attribuisce proprio a questo: al rispetto, alla serietà, alla professionalità con cui ha sempre affrontato il lavoro e le relazioni.
Una lezione che vale oro, anche nel 2025.
“La forza di partire”: il documentario sugli italiani che hanno costruito la Germania
Quello di Giovanni è solo uno dei dodici racconti raccolti nel documentario “La forza di partire”, che ho avuto l’onore e il privilegio di dirigere. Dodici persone, tutte over 80, che hanno vissuto in prima persona gli anni della grande emigrazione italiana in Germania. Storie diverse, ma con un filo comune: la forza di partire, appunto. Il coraggio di lasciare tutto e ricominciare da zero in un paese straniero, spesso senza sapere la lingua, spesso senza conoscere nessuno.
Il documentario è stato presentato il 15 maggio 2026 all’Istituto Italiano di Cultura di Stoccarda, ed è disponibile gratuitamente su YouTube. Se non l’hai ancora visto, ti consiglio davvero di dedicargli un’ora del tuo tempo. Non te ne pentirai.
Conclusione: cosa ci insegna la storia di Giovanni sul vivere in Germania oggi
Le storie come quella di Giovanni non sono solo testimonianze del passato. Sono specchi in cui chi oggi vuole vivere in Germania può riconoscersi, imparare, trovare ispirazione.
La lingua, il rispetto, la professionalità, la capacità di adattarsi senza perdere se stessi: sono le stesse sfide che affronta chi parte oggi, con lo smartphone in tasca e i voli low cost. Cambiano i mezzi, cambia il contesto — ma la sostanza no.
E se c’è una cosa che Giovanni mi ha lasciato, è questa: l’identità non si perde partendo. Si porta con sé. Dentro, come diceva lui. Sempre.
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Maurizio Palese
Maurizio Palese
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